Gli italiani scelgono marche estere per moda e auto, made in Italy per l’alimentazione

Gli italiani scelgono marche estere per moda e auto, made in Italy per l’alimentazione

Il 37% della popolazione italiana sceglie marche globali quando si tratta di acquistare articoli di abbigliamento o calzature, solo il 25% predilige il ‘made in Italy’ mentre il 38% è indifferente all’origine del brand. Questo il dato che emerge dalla Global Brand-Origin Survey realizzata da Nielsen su un campione di oltre 30.000 individui in 61 Paesi tra cui l’Italia.

“Dalla Nielsen Global Brand-Origin Survey emerge che quasi i tre quarti degli intervistati a livello globale (74%) dichiarano che l’origine del brand è tanto o più importante rispetto agli altri driver d’acquisto, quali assortimento, prezzo e qualità”, ha spiegato Giovanni Fantasia, amministratore delegato di Nielsen Italia. “Il 28% è dell’idea che l’origine del brand sia il fattore principale nella scelta di acquisto. A livello globale quasi sei intervistati su dieci dichiarano di volere comprare prodotti locali per supportare il business nazionale, con un picco negli Usa (65%)”, ha detto ancora, ribadendo come l’origine del brand costituisca “un asset estremamente importante”, sia per le aziende multinazionali sia per quelle locali e “può quindi essere giocato come elemento differenziante nelle strategie di marketing”. “Il sentiment rispetto all’origine del brand”, ha aggiunto poi, “varia in funzione della categoria di prodotto. Al di là del fatto che il brand sia globale o locale, è necessaria un’attenta pianificazione nella sua gestione. Il brand che intercetta le esigenze dei consumatori garantendo un rapporto qualità/prezzo adeguato risulterà vincente in qualunque tipo di mercato”.

“Le aziende locali”, ha sottolineato, “spesso hanno una conoscenza esaustiva delle preferenze dei consumatori di una determinata area e possono rispondere in maniera veloce ai cambiamenti dei gusti. Viceversa i marchi globali possono fare leva su economie di scala e offrire prodotti più omogenei su mercati diversi. Inoltre, godono del vantaggio di disporre di expertise, capacità di ricerca e sviluppo, un’equity/valore di marchio superiori ai brand locali, tutti fattori che concorrono a mettere sul mercato prodotti innovativi e di qualità elevata su mercati circoscritti in varie parti del mondo”.

Dalla ricerca emerge anche che l’orientamento degli italiani ai marchi internazionali è rilevabile nel mercato dell’automobile, dove il 58% sceglie brand globali (dato superiore a quello di Francia, al 31%, e Germania, al 28%, orientate verso marchi locali). I brand globali vengono preferiti anche negli acquisti di device elettronici, come cellulari, pc, televisori e macchine fotografiche. In questo caso la percentuale è del 63% degli intervistati, +6 punti percentuali rispetto alla media in Europa.

Se si prende in esame il settore dei prodotti per la cura della casa e della persona, risulta che il marchio internazionale è ricercato nei seguenti acquisti: cosmetici (51%), deodoranti (48%), shampoo/balsamo (47%), dentifricio (47%), detersivi per lavatrice (45%), pannolini per bambini (44%), lamette e rasoi (44%), detergenti per mani e corpo (42%), detergenti multiuso per le pulizie della casa (42%). Su scala europea emerge che prevalgono gli acquirenti che si dichiarano neutrali nell’acquisto di prodotti per la cura della casa (46% UE vs 36% Italia) e per la cura della persona (41% UE vs 31% Italia).

Anche in merito al pet food il rapporto degli italiani con marchi locali o globali è eterogeneo: il 36% sceglie brand globali, il 35% brand locali mentre il restante 29% dichiara di non avere particolari inclinazioni. Quest’ultimo dato è significativamente inferiore a quello di altri Paesi europei, come Regno Unito (50%) Francia e Germania (entrambe al 47%).

Ma quali categorie merceologiche fanno rilevare un orientamento degli Italiani verso marchi locali? Mediamente il 71% degli intervistati nel nostro Paese dichiara di scegliere prodotti italiani per frutta, verdura, carne e pesce (+7 punti vs media europea). Lo stesso orientamento è registrato negli acquisti di latte (66%), pelati (61%), gelati (60%), acqua (54%), yogurt (52%), biscotti (48%), succhi di frutta (45%), latte in polvere per bambini (42%). La scelta ricade invece su marchi globali per le bevande analcoliche frizzanti (40%, + 1

Lo studio di Nielsen mette, inoltre, a fuoco qual è il vissuto dei consumatori italiani in rapporto all’origine dei marchi dei prodotti acquistati. Per quanto riguarda quelli locali, il sentiment degli italiani è quello di affidabilità (46% Italia vs 44% media UE) e di vicinanza al consumatore (50% Italia vs 47% media UE). L’intenzione di supportare l’economia locale acquistando prodotti esclusivamente italiani incide in ragione del 61% del campione (60% media UE). Nel caso dei marchi globali gli intervistati dichiarano di essere attratti dai prodotti innovativi immessi sul mercato dalle multinazionali (48% Italia).

Sul versante delle motivazioni d’acquisto di marchi globali piuttosto che locali, lo studio di Nielsen ha rilevato che il rapporto qualità/prezzo (price/value) viene ricercato dal 45% di quanti si rivolgono ai global brand, dal 38% di coloro che acquistano marchi locali. Il 38% è anche la percentuale di quanti si basano negli acquisti di global brand su promozioni; coloro che usano come criterio positive esperienze di prodotto avute in precedenza sono il 28%. Dall’altro lato, un italiano su tre (30%) dichiara di orientarsi verso brand locali perché ricerca i vantaggi di prodotto – per esempio migliore aroma/sapore – il 29% quelli che ricercano la genuinità degli ingredienti e dei processi di preparazione dei prodotti. Il 13% degli italiani compra marchi locali perché spinto dall’orgoglio nazionale, dato inferiore a quello di altri Paesi europei (Russia e Gran Bretagna al 18%).

Non può essere tralasciato, infine, l’impatto dell’ecommerce nel rapporto con l’origine dei brand. Nella Survey di Nielsen si legge che online vengono acquistati prevalentemente marchi globali (83%) con l’obiettivo di reperire prodotti oltre confine non disponibili nello store fisico di prossimità. I marchi locali, invece, acquistati online sono i generi alimentari (66%, dato in linea con la media UE ma superiore a Francia 59% e Gran Bretagna 57%).

 

Utenti più connessi da smartphone e sempre più social

Gli utenti sono sempre più connessi da smartphone e sempre più social, con una spiccata predilezione per Facebook e WhatsApp. Questo il dato che emerge dal ‘Digital in 2016′, il report pubblicato da We are Social ricostruendo lo scenario digitale globale con le analisi dei dati raccolti in più di 240 paesi e offrendo una visione sulla diffusione di internet, il ruolo del mobile, l’utilizzo dei social media e i dati sugli acquisti online.

A livello globale tutti i dati di utilizzo rivelano un segno più rispetto al 2015, quando erano 3 miliardi le persone ad accedere a internet. Oggi sono 3,4 miliardi le persone connesse, con una penetrazione del 46% sul totale della popolazione mondiale, contro il 42% del 2015, e 2,3 miliardi (contro i 2 del 2015) gli account attivi sui social. Andando nello specifico quindi, il numero degli utenti internet totali è cresciuto del 10%, come del 10%, corrispondente a 219 milioni di unità, è cresciuto il numero di utenti attivi sui canali social.

Il numero di persone che accedono alla rete da mobile è salito del 4%, corrispondente a 141 milioni di persone. Mobile che si conferma la via privilegiata per accedere ai social: +283 milioni di persone, in crescita del 17%. I dati, spiega il rapporto, confermano una tendenza a navigare sempre meno usando il computer (56%, -9% rispetto al 2015), sostituito principalmente dallo smartphone, preferito dal 39% (+21% sul 2015).

Facebook è il canale social più frequentato, con oltre 1,5 miliardi di utenti attivi; Instagram ne conta 400 milioni e Twitter 320. Cresce l’uso dei servizi di messaggistica istantanea, con whatsapp che ha da poco raggiunto il traguardo del miliardo di utenti, Faceboom Messenger, usato da 800milioni di utenti (300 in più rispetto al 2015) e Snapchat che ha raddoppiato la base utenti, salendo a quota 200 milioni.

Passando ad analizzare la situazione nel nostro Paese, sono 37 milioni gli utenti attivi su internet, in crescita di 6 punti percentuali sul 2015, e il 79% di chi usa la Rete lo fa giornalmente. La percentuale di chi accede al web da mobile è salita del 5%, mentre è cresciuta del 3% quella degli accessi complessivi (desktop+mobile).

Sul fronte social, sono in 28 milioni gli utenti italiani attivi, e anche da noi, come del resto succede negli altri paesi analizzati, il mobile è considerata la via prefelenziale per accedervi. Mentre nel 2015 erano in 22 milioni ad andare su Facebook e altri social usando gli smartphone, oggi sono in 24 milioni a farlo.
Il social di Zuckerberg resta lo strumento più utilizzato in Italia, con una penetrazione del 33%, seguito da WhatsApp e Facebook Messenger, al secondo e terzo posto. Alle loro spalle si piazza Instagram, con una penetrazione del 12%, raddoppiata rispetto al 2015, così come Twitter.

Il report fornisce anche dei dati sugli acquisti online: risulta del 48% la percentuale di persone che hanno comprato un prodotto o un servizio online negli ultimi 30 giorni (23% da mobile), mentre sale al 56% il dato su chi ricerca informazioni sui prodotti prima di procedere con l’acquisto.

 

Nasce il primo digital media network in Italia

Yahoo ha annunciato un accordo esclusivo di tre anni con Mediaset che agirà come rivenditore di tutta l’offerta advertising – display, native, video e content marketing- di Yahoo in Italia, a partire dal secondo trimestre del 2016. Grazie a questa partnership, scrive una nota,  Yahoo e Mediaset stanno creando il primo digital media network in Italia, offrendo agli investitori la possibilità di raggiungere oltre il 72% della popolazione italiana su base mensile (dati Audiweb).

“Siamo entusiasti di questa partnership, Mediaset ha una profonda conoscenza del mercato dei media digitali in Italia e una grande esperienza nell’offrire agli investitori gli strumenti necessari per coinvolgere la propria audience con annunci rilevanti”, ha affermato Nick Hugh, Vice President EMEA di Yahoo. “Yahoo ha una storia di quasi 20 anni in Italia e non vediamo l’ora di rafforzare la nostra presenza sul mercato con modalità nuove e innovative”.

Grazie alla presenza estesa e consolidata di Mediaset sul mercato locale, Yahoo amplierà il proprio raggio d’azione entrando in contatto gli investitori di tutte le regioni italiane. Allo stesso tempo, Mediaset potrà beneficiare della tecnologia di Yahoo, in particolare della Brightroll Demand Side Platform.

Secondo Stefano Sala, CEO di Publitalia, “Yahoo è rinomata per la forza del suo brand e l’efficacia della sua offerta di advertising desktop e mobile, insieme alla capacità di creare partnership di successo con i rivenditori europei. Non vediamo l’ora di iniziare a lavorare insieme.”

Pier Silvio Berlusconi, Amministratore Delegato Mediaset:

«Yahoo è un brand con straordinaria notorietà e autorevolezza nel mondo digitale. E nell’evoluzione delle nostre strategie, il digitale ricopre un ruolo di crescente rilevanza. Il web si nutre sempre più di contenuti televisivi e la televisione è sempre più connessa al web. Fermo restando che al centro del nostro sistema ci saranno sempre i grandi numeri delle platee televisive, i contenuti originali tv troveranno distribuzione su un numero sempre maggiore di touch point digitali».

Stefano Sala, Amministratore Delegato di Publitalia:

«La partnership con Yahoo rappresenta una tappa importante nell’evoluzione strategica della nostra offerta di gruppo. In un mercato profondamente cambiato negli ultimi anni è necessario costruire un portafoglio crossmediale rilevante su ogni mezzo».

Davide Mondo, Amministratore Delegato di Mediamond:

«Questa collaborazione si inserisce in modo naturale nel percorso già iniziato da Mediamond che vede nel programmatic la strada per valorizzare gli asset editoriali del nostro portfolio. Yahoo e Mediamond sono infatti partner totalmente complementari: Yahoo porta in dote la sua connotazione tecnologica insieme a una grande audience digitale, Mediamond la riconoscibilità editoriale dei suoi brand».

 

Le tendenze per il digital advertising 2016 secondo le previsioni di Aol

Le tendenze per il digital advertising 2016 secondo le previsioni di Aol

Il 2016 sarà l’anno dei video verticali e dell’adblocking per mobile. E i dati proprietari, first party data, saranno sempre più importanti.

“Grazie all’esperienza acquisita in oltre 30 anni di attività, Aol è un osservatorio privilegiato in grado di cogliere e anticipare i trend che caratterizzeranno i prossimi mesi dell’industry digitale”, spiega Lundari. “Video, mobile, dati, marketplace, attribution: sono solo alcuni degli elementi sui cui editori e brand sono chiamati a concentrare la propria attenzione non solo per rimanere allineati ai continui cambiamenti del mercato, ma anche per essere in grado di ottimizzare i propri investimenti di marketing digitale. Desideriamo perciò condividere la nostra vision per contribuire all’evoluzione di questo settore e fornire una chiave di lettura delle trasformazioni in corso”

Secondo Aol, la visualizzazione verticale scuoterà il settore video nel 2016.

Il video, prosegue la nota, è stato sicuramente il formato che ha generato la più grande crescita di investimenti digitali negli ultimi hanni e allo stesso modo è stato protagonista di grandi innovazioni, basti pensare alla crescenta diffusione di formati coinvolgenti e ingaggianti quali i video 360. Un’altra interessante opportunità per il settore video nel 2016 è rappresentata dalla crescita dei video “in verticale”. Se un tempo i marketer avrebbero protestato al pensiero di creare o ottimizzare i video per la visualizzazione in verticale, oggi assistiamo ad una crescente accettazione di questo formato a seguito della popolarità di alcune applicazioni social come Snapchat, Periscope e Vine. Secondo il guru del digitale, Mary Meeker, la visualizzazione di video in verticale rappresenta ormai il 29% del tempo totale speso sui nostri schermi. Una delle sfide che dovranno affrontare i brand che vogliono far leva sul video “in verticale”, è la volontà di investire per creare contenuti pensati per il mobile, o lavorare con partner che possano rieditare e riadattare gli spot televisivi in questo nuovo formato. Per noi non rappresenta una sfida ma un’opportunità per trovare nuovi modi di coinvolgimento del pubblico e avere una nuova leva di monetizzazione dell’inventory video.

Il 2016 sarà anche l’anno della Mobile Experience. Ad blocking, soddisfazione dell’utente, user experience: tutto quello che un tempo riguardava solo desktop e laptop, oggi si appliRENca e estende anche al mobile. Ma spesso i risultati non sono così soddisfacenti per questo strumento.

Basti pensare ai diversi comportamenti che assumiamo in base al device che usiamo. Con un dispositivo mobile tra le mani, se siamo in attesa della metropolitana o ad una fermata dell’autobus, non siamo disposti ad aspettare 10 secondi perché una pagina si carichi sul telefono. E’ una situazione che in questo contesto viene percepita in maniera negativa, mentre non succede quando siamo davanti ad un desktop.

Quindi, se i vari 2015, 2014, 2013, 2012 sono stati ripetutamente “l’anno del mobile”, il 2016 sarà sicuramente l’anno in cui ci si concentrerà per rendere la Mobile Experience più qualitativa.

Il consolidamento di piattaforme pubblicitarie tecnologiche per mobile, secondo Aol, continuerà nel 2016 con clienti che guarderanno con crescente attenzione alle piattaforme omnicomprensive. I pubblicitari e i brand cercheranno modi efficaci ed efficienti per gestire e distribuire i messaggi curando tutti gli aspetti delle campagne digitali.

L’attribution a livello utente, inoltre, dimostra quanto i brand abbiano sottovalutato il mobile – i brand che l’hanno utilizzata subito hanno di molto aumentato gli investimenti su questo mezzo.

L’attribution era la barriera principale per lo spostamento dei budget verso questo device. Man mano che questa feature viene resa disponibile sul mercato a livello di utente, si vedranno nuovi investimenti sul mobile poiché gli inserzionisti possono collegare direttamente le impression con gli investimenti fatti e possono apportare correzioni nelle campagne in base ai risultati in tempo reale.

Aol prevede anche una rapida crescita dei private marketplace nel 2016. Questo tipo di scambi sono cresciuti ben oltre le aspettative originarie e sono diventati veri meccanismi in grado diper soddisfare le vendite dirette.

Il 2015, poi, è stato l’anno in cui i first-party data sono diventati più ambiti rispetto ai third-party data. Utilizzare dati proprietari, first-party, risulta essere molto più efficace che aggregare e combinare dati indipendenti di terze parti. Un’opportunità accessibile a tutti grazie alla disponibilità di tecnologie sempre più agili.

Mentre l’ad blocking ha dominato i titoli dei media per buona parte del secondo semestre del 2015, le barriere reali al click sono un insieme di diversi fattori di cui l’ad blocking è la punta dell’iceberg. Questo fenomeno ha di fatto posto l’accento su un problema latente. I clienti stanno dicendo agli inserzionisti e agli editori che l’esperienza fornita è scadente – e vorrebbero si facesse qualcosa in merito.

La metà – se non di più – delle ragioni dell’ad blocking devono ricercarsi nell’industria pubblicitaria nel suo complesso. Da tutti i punti di vista: dagli annunci troppo pesanti o troppo lenti, alla creatività non appropriata per il tipo di mezzo, alla mancanza di alta qualità, di pertinenza, o di targeting mirato.

Nel 2016, gli inserzionisti aumenteranno gli investimenti per svariate attività. Tra queste, la multi-touch attribution. I grandi brand stanno studiando questa strategia per capire come possa in futuro aiutarli materialmente ad ottimizzare la spesa pubblicitaria.

Quindi vedremo questo fenomeno espandersi nel nostro settore, influenzando anche il mercato intermedio degli inserzionisti e delle agenzie. La cosa straordinaria, però, è che la tecnologia esiste già, ma è il cambiamento organizzativo e la volontà di abbattere i silos all’interno di agenzie e società che renderà possibile usare e attivare questi strumenti, invece di guardarli su una dashboard dall’aspetto accattivante.

Molte realtà si sono già rese conto che non ha più senso avere avere un team che si occupa di mobile, uno di social, uno di display, e uno di search. Certamente si possono avere degli specialisti, ma non bisogna gestirli separatamente oppure misurare il ROI separatamente, perché l’azienda non ne beneficerà. Più che di tecnologia, si tratta soprattutto di miglio

Facebook apre alle aziende per trasmettere in diretta

Facebook apre alle aziende per trasmettere in diretta

Facebook apre la funzione ‘Live’, per trasmettere video in diretta alle pagine ‘verificate’, cioè a quelle di brand, squadre sportive, gruppi musicali e realtà editoriali con la spunta blu. La funzione finora riservata a celebrità e personaggi pubblici, anche se in America al momento è in fase di test anche per gli utenti comuni, permetterà alle aziende di comunicare in diretta. Disponibile al momento solo su iOS, cioè su iPhone e iPad, ‘Live’ darà quindi modo a chi gestisce una pagina verificata di fare annunci in tempo reale, condividere le ultime news, invitare i fan ‘dietro le quinte’ o trasmettere sessioni di domande e risposte.

Recentemente la funzione è stata testata su un piccolo numero di pagine verificate. Tra queste quella degli U2, con Bono che ha mostrato il backstage di un concerto, e del Wall Street Journal, collegato in diretta dal congresso dei Repubblicani. Il Real Madrid ha mostrato ai tifosi un allenamento, e la pagina Star Wars Movies ha trasmesso l’anteprima mondiale dal tappeto rosso. Lanciato nell’agosto scorso solo per le celebrità, e in seguito esteso ad altre tipologie di iscritti, ‘Live’ è la funzione con cui Facebook ha provato a recuperare terreno rispetto a servizi come Periscope di Twitter e Meerkat. A differenza dei competitor, con Facebook i video dopo la diretta restano pubblicati sul social, e possono quindi essere guardati e condivisi anche in seguito.

Instagram è il social network più utilizzato per il fashion, una ricerca di Blogmeter

Instagram è il social network più utilizzato per il fashion, una ricerca di Blogmeter

Boom del fashion su Instagram: moda e social network si confermano un binomio da milioni di interazioni. E’ ciò che emerge dalla ricerca che Blogmeter, l’istituto che in Italia si occupa di social media intelligence, ha realizzato a cinque anni dalla fondazione del social network che permette di condividere foto e immagini, avvenuta il 6 ottobre 2010, e che da poco ha aperto alla possibilità di fare advertising presso i suoi 400 milioni di utenti attivi.

Dalla ricerca emerge che sui 200 brand di moda globali analizzati ben il 96% dispone di un profilo Instagram e tende a utilizzarlo quotidianamente per interagire con la propria community, condividendo foto che rappresentano i valori del brand.

Nel periodo analizzato, dal 1 giugno al 20 settembre 2015, il brand che conquista la vetta delle classifiche di Blogmeter è Victoria’s Secret, con oltre 82 milioni di interazioni e più di 22 milioni di seguaci, anche se, in generale, a livello di engagement i brand che si posizionano nelle prime posizioni sono quelli del settore retail, come Brandy Melville, Aeropostale e H&M. Il successo, secondo Blogmeter, è legato principalmente alla frequenza di pubblicazione di foto, alla creatività dei contenuti e al coinvolgimento di testimonial.

L’unico brand del settore lusso che strappa un posto in classifica è Valentino che conquista il più alto numero di interazioni a luglio in occasione del matrimonio di Nicky Hilton, che indossava proprio un abito Valentino, e dell’apertura del nuovo store romano.

Per quanto riguarda la crescita del numero di follower, sono i brand del lusso a dominare: subito dopo Victoria’s Secret che è prima anche in questa metrica, al secondo posto si posiziona Dior, la cui follower base è aumentata soprattutto durante la Paris Fashion Week e altri brand come Armani e Fendi, che ottengono le più alte percentuali di crescita.

L’hashtag che ha generato il maggior numero di interazioni è #BrandyUsa, che appartiene al brand Brandy Melville. Al secondo posto per engagement si posiziona #regram, ovvero l’hashtag attraverso cui i brand ripostano contenuti di altri utenti, celebrities ma anche gente comune, dimostrando di interagire il più possbile con la propria community. In generale, sono molto coinvolgenti gli hashtag che contengono semplicemente il nome del brand, come #HM, #Primark e #TopShop.

Molto apprezzate sono le foto che coinvolgono le celebrities: anche in questo caso sono i brand del retail a trionfare per numero di interazioni, sebbene anche i brand del lusso si distinguono grazie alla parternship con le celebrities; ne sono un esempio Chanel con Kristen Stewart e Dior con Joohnny Depp. Le fashion bloggers, invece, sono maggiormente coinvolte dai brand del retail.

Emerge, infine, che nel fashion non vengono utilizzati i filtri di Instagram per personalizzare le foto, ma vengono prediletti strumenti di photo-editing professionali. I contenuti più pubblicati risultano le foto, a scapito dei video.

Video Index Report 2015

Video Index Report 2015

Sizmek piattaforma di open ad magement per la gestione di campagne multiscreen, presenta l’edizione 2015 del Video Index che prende in esame il livello di adozione degli annunci video, le tendenze nei vari mercati e tra i diversi vertical consumer. 

Il Benchmark Report rileva che i marketer ancora non stanno cogliendo completamente i vantaggi di pianificare campagne di digital video più integrate. Dei 4.000 inserzionisti che hanno distribuito annunci video in-stream o video rich media negli utlimi tre anni, solo il 18% ha utilizzato entrambi nella stessa campagna. Continue reading

Instagram è il social più utilizzato dagli under 35, lo rivela una ricerca di GlobalWebindex

Con il 70% di utenti under 35 anni, Instagram ha l’audience anagraficamente più giovane rispetto a tutti gli altri social network. Inoltre il 60% effettua l’accesso quotidianamente, con un livello di engagement altissimo, secondo solo a quello di Facebook Continue reading

Pubblicità, i consumatori considerano credibili passaparola, social network e quotidiani

Secondo la Global Survey ‘Trust in advertising’, la ricerca realizzata da Nielsen su un campione di 30.000 individui in 60 Paesi, Italia compresa, il 74% dei consumatori nel nostro paese considera credibili i consigli di conoscenti diretti, il 64% i commenti postati sui social network. Al terzo posto si posizionano i contenuti editoriali di quotidiani e periodici. Continue reading

Google individua i “momenti che contano” per raggiungere il pubblico interessato, uno studio commissionato a Ipsos

Google: come catturare i “momenti che contano” e raggiungere il pubblico più interessato, con il messaggio più pertinente, al momento giusto?

Con la crescente diffusione dei dispositivi mobili, le persone non sono solo online, vivono online. In soli tre anni, la fruizione di contenuti in modalità multi-schermo è aumentata del 500%, e il 90% degli utenti Internet oggi passa da un dispositivo ad un altro per svolgere innumerevoli attività come ad esempio completare un acquisto, organizzare un viaggio o informarsi (1).

Si tratta di occasioni importanti per brand e aziende, perché identificano i momenti in cui vengono prese le decisioni. Non solo. Si definiscono le proprie preferenze, il gradimento verso un determinato oggetto o servizio, sono momenti in cui le persone desiderano che bisogni e necessità siano soddisfatti all’istante. Continue reading